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Martedì, 26 Maggio 2020 07:43

JO MO. Donne e realizzazione spirituale in Tibet
di Carla Gianotti

Introduzione

Da tempo mi dedico allo studio di quelle figure femminili – terrene, divine o archetipiche – della tradizione buddhista indo-tibetana, che valgono a ispirare la ricerca spirituale delle donne nel buddhismo contemporaneo, secondo una visione di equilibrio di genere e di conciliazione di genere. Perché la ricerca spirituale delle donne è anche ricerca di luoghi di riconoscimento, luoghi capaci di tessere un universo simbolico di possibili genealogie e modelli spirituali femminili. E questo non per intenti di idealizzazione o celebrazione del femminile fine a se stessa o autoreferenziale, ma per trovare radici di esperienza che sappiano custodire tutta la dignità e tutto il valore dell’essere donna su un cammino spirituale. All’interno dei diversi e molteplici buddhismi contemporanei, l'urgenza profonda delle donne devote al Dharma di non poter essere riconducibili a autorevoli figure religiose declinate unicamente al maschile genera la necessità di individuare e tenere cari modelli spirituali femminili, donne di spiritualità, donne di illuminazione. Perché se è vero, come afferma Umberto Galimberti, che il simbolo contiene un'eccedenza di senso rispetto al senso conosciuto e che la sua forza simbolica dura finché dura questa eccedenza(1), le immagini di ispirazione sono allora quelle che, allargando il nostro spazio interiore di riferimento, si fanno luoghi capaci e capienti, luoghi fecondi, cioè appunto simbolici. Il presente lavoro, che si pone come la continuazione ideale del volume Donne di Illuminazione. Ḍākinī e demonesse, Madri divine e maestre di Dharma pubblicato alcuni anni fa dalla sottoscritta in questa stessa collana editoriale, è dedicato a straordinarie adepte tibetane dell’XI-XII sec. chiamate jo mo, di cui fortunosamente ci è pervenuta memoria. Nella cerchia di discepoli e discepole che il maestro buddhista tantrico indiano Pha Dam pa sangs rgyas (morto nel 1117) raccolse intorno a sé a Ding ri gLang ’khor, nel Tibet meridionale, un posto particolare spetta infatti a ventiquattro venerabili la cui esistenza ci viene tramandata attraverso un testo agiografico abbastanza antico – probabilmente non posteriore al XIII sec. – intitolato la Storia delle ventiquattro jo mo (Jo mo nyi shu rtsa bzhi’i lo rgyus, d’ora in poi JMLG)(2), qui per la prima volta tradotto integralmente dall’originale tibetano(3). Tale opera, inserita in un’ampia raccolta di insegnamenti che il maestro Dam pa avrebbe consegnato direttamente al suo discepolo Kun dga’ (1062-1124), attraverso una trasmissione cosiddetta ‘di uno a uno’ (tib. chig rgyud), è da intendersi quale testo celebrativo del maestro indiano e, solo implicitamente, delle realizzazioni spirituali conseguite dalle venerabili sue discepole. Se pure nella tradizione buddhista tibetana il termine jo mo non indica in realtà un particolare stadio di ottenimenti spirituali, almeno ventitré delle nostre jo mo, le quali condussero un’esistenza lontana dal mondo – nella solitudine delle montagne o dissimulando la loro reale identità – debbono essere riguardate quali adepte straordinarie, soprattutto per i segni prodigiosi venuti a manifestarsi al tempo della loro dipartita. Dall’agiografia dedicata al maestro Pha Dam pa sangs rgyas, poi, ci sono pervenuti alcuni ‘canti spirituali’ o ‘canti di realizzazione’ (tib. mgur) di particolare bellezza e finezza poetica, attribuiti a tre jo mo sue discepole non comprese nel testo agiografico relativo alle ventiquattro jo mo. E tali canti mgur, unitamente ad alcune istruzioni spirituali di forte impatto emotivo che il maestro tantrico, secondo le modalità proprie dei siddha dell’India, avrebbe rivolto ai discepoli e discepole a lui particolarmente devoti, vengono qui tradotti dall’originale tibetano. Ci dice il bodhisattva Kun dga’, il compilatore del nostro testo, che “la Storia delle ventiquattro jo mo [è] un racconto assolutamente autentico, scritto come messaggio per le donne delle future generazioni”(4). Le brevi storie delle venerabili jo mo giunte fino a noi – storie oltremodo scarne, fatte di poche tracce e di molti spazi bianchi, di ammanco di parola – ci consegnano testimonianza dell’invisibile e dell’assenza, non del non-esistente. Perché l’orizzonte sociale e religioso in cui si dipanano le narrazioni delle nostre jo mo è quello di una cultura che non ha tramandato, se non in rari casi, il sapere delle donne devote, e che dunque non ha purtroppo saputo fare memoria dell’esperienza e della genealogia delle donne per produrre tradizione spirituale. A questo poi si aggiunga che, come è accaduto spesso nella cultura sia d’Oriente sia d’Occidente, la femminilità delle protagoniste e la mascolinità dell’autore hanno prodotto situazioni impari di visibilità (e di esattezza storica) nella trasmissione del sapere religioso e spirituale femminile e nell’universo simbolico che a que- sto si riconduce. Il messaggio per le future generazioni di cui parla Kun dga’ è forse allora quello di custodire memoria delle ventiquattro jo mo discepole del maestro Pha Dam pa sangs rgyas, di esistenze segnate da fede e devozione, perseveranza e profondi conseguimenti spirituali. Solitamente chi non ha voce, non ha storia: la parola è privilegio, la memoria è privilegio. Qui una esile eco è venuta fino a noi, in margine.

 

(1) U. Galimberti, La terra senza il male. Jung: dall’inconscio al simbolo, Feltrinelli, Milano 1997, pp. 63-64.

(2) Il JMLG, che appartiene a un’antica collezione di testi manoscritti compilata da Kun dga’ (ora disponibile in una raccolta ristampata in cinque volumi dal titolo: Kun dga’ et al., Th e Tradition of Pha Dampa Sangyas: A Treasured Collection of His Teachings Transmitted by T[h]ug[s]-sras Kun-dga’, “Reproduced from a unique collection of manuscripts preserved with ‘Khrul-zhig Rinpoche of Tsa-rong Monastery in Dingri, edited with an English introduction to the tradition by B. Nimri Aziz”, 5 volls, Th impu, Kunsang Tobgey 1979), costituisce la seconda parte (in Idem, vol. IV, pp. 314-323) di un’opera intitolata Jo mo nyi shu rtsa bzhi’i zhu lan lor rgyus dang bcas, “Risposte alle domande delle ventiquattro jo mo, insieme con le loro storie” (in Idem, vol. IV, pp. 302-323); la prima parte di tale testo, dal titolo Jo mo nyis shus rtsa bzhi’i zhu lan, “Risposte alle domande delle ventiquattro jo mo” (in Idem, pp. 302-314), non viene qui tradotta in lingua italiana e sarà l’oggetto di una futura pubblicazione.

(3) Negli Annali azzurri (dt, pp. 1068-1073; versione inglese: BA, pp. 915-920) viene riportata una versione abbreviata e con numerose omissioni delle agiografie delle ventiquattro jo mo discepole di Pha Dam pa sangs rgyas, dal titolo Ma jo nyi shu rtsa bzhi’i lo rgyas (“Storia delle ventiquattro ma jo”); in BA il termine jo mo viene reso come ‘monaca’ oppure ‘Signora’: cfr. C. Gianotti, “Female Buddhist Adepts in the Tibetan Tradition. Th e Twenty-four Jo mo, Disciples of Pha Dam pa sangs rgyas”, Journal of Dharma Studies, giugno 2019, vol. 2, parte 1, pp. 15-29, alla pag. 18 nota 24.

(4) JMLC, Idem, p. 314.

 

© 2020, Carla Gianotti © 2020, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma www.astrolabio-ubaldini.com 1 U. Galimberti, La terra senza il male. Jung: dall’inconscio al simbolo, Feltrinelli, Milano 1997, pp. 63-64.

Video collegato

Martedì, 21 Febbraio 2017 10:42

CARLA GIANOTTI, The Lives of the Twenty-four Jo mo-s of the Tibetan Tradition: Identity and Religious Status 15th Sakyadhita Conference, University of Hong Kong, Hong Kong, 22-28 June giugno 2017.

For more info please visit the event page.

Martedì, 21 Febbraio 2017 10:42

Carla Gianotti Il respiro della fiducia. La fiducia come pratica di trasformazione - Seminario residenziale 31 marzo-2 aprile 2017 Per maggiori info o iscrizioni è possibile consultare la sezione eventi

Sabato, 16 Aprile 2016 00:00

11-12 giugno 2016

Malintesi sull’infelicità. Idee e pratiche tra cristianesimo e buddhismo

Conferenza con Vito Mancuso, Carla Gianotti e Padre Andrea Schnöller Seminario di meditazione con Carla Gianotti e Padre Andrea Schnöller Eremo di Ronzano (Bologna).

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Giovedì, 11 Giugno 2015 00:00

Il presente testo contiene alcune riflessioni relative alla pratica della fiducia, una pratica di lavoro quotidiano che si svolge nel qui e ora, nel cerchio quotidiano del  nostro giorno, perchè da sempre c'è bisogno di fiducia per iniziare il giorno e continuarlo.

Due fili di esperienza si trovano qui indissolubilmente intrecciati:  la pratica buddhista di consapevolezza,  la quale nutre da anni la mia ricerca spirituale e la visione materna, custode fedele della nostra frammentarietà e fecondità di esseri umani. Lo sguardo di gentilezza amorevole, benevolenza e cura verso noi stessi/stesse e verso gli altri è sguardo di essere che ci è stato consegnato e che impariamo un poco ogni volta, ogni giorno, attraverso l'incontro con tutto ciò che è altro – che identifichiamo cioè all'inizio come separato da noi – nel guardare e vedere del nostro quotidiano.

 

La fiducia è attitudine impalpabile, invisibile e, allo stesso tempo, assolutamente reale. Grammaticalmente è un nome astratto, e tuttavia a volte è fuorviante questa classificazione linguistica che impariamo tra i banchi di scuola tra nomi astratti e concreti, dal momento che è difficile trovare qualcosa di più  reale e concretodi una disposizione di fiducia, di una disponibilità interiore alla fiducia, capace di smuovere in me e intorno a me, forza tranquilla  e calma determinazione.  

La fiducia è da sempre lo spago che tiene insieme l'inizio e la fine del giorno, l'inizio e la fine delle cose. E' recipiente attivo che contiene e che, contenendo, dà forma al mondo che qui e ora  io sono, noi siamo.

Fiducia è atto vitale di buona energia, che ci accompagna oltre le chiusure e le rigidità (del nostro ego), oltre le varie forme di sfiducia che ci chiudono, ci rinserrano, tagliando fuori tutto il fuori della sfiducia, un fuori che si stende, infinito di possibilità e, insieme,  di verità. Il nostro agire di fiducia, il nostro fare fiducia è una provocazione quotidianaalla sofferenza e alla  sfiducia, nostre e degli altri.

Giovedì, 11 Giugno 2015 00:00

Il presente testo contiene alcune riflessioni relative alla pratica della fiducia, una pratica di lavoro quotidiano che si svolge nel qui e ora, nel cerchio quotidiano del  nostro giorno, perchè da sempre c'è bisogno di fiducia per iniziare il giorno e continuarlo.

Due fili di esperienza si trovano qui indissolubilmente intrecciati:  la pratica buddhista di consapevolezza,  la quale nutre da anni la mia ricerca spirituale e la visione materna, custode fedele della nostra frammentarietà e fecondità di esseri umani. Lo sguardo di gentilezza amorevole, benevolenza e cura verso noi stessi/stesse e verso gli altri è sguardo di essere che ci è stato consegnato e che impariamo un poco ogni volta, ogni giorno, attraverso l'incontro con tutto ciò che è altro – che identifichiamo cioè all'inizio come separato da noi – nel guardare e vedere del nostro quotidiano.

 

La fiducia è attitudine impalpabile, invisibile e, allo stesso tempo, assolutamente reale. Grammaticalmente è un nome astratto, e tuttavia a volte è fuorviante questa classificazione linguistica che impariamo tra i banchi di scuola tra nomi astratti e concreti, dal momento che è difficile trovare qualcosa di più  reale e concretodi una disposizione di fiducia, di una disponibilità interiore alla fiducia, capace di smuovere in me e intorno a me, forza tranquilla  e calma determinazione.  

La fiducia è da sempre lo spago che tiene insieme l'inizio e la fine del giorno, l'inizio e la fine delle cose. E' recipiente attivo che contiene e che, contenendo, dà forma al mondo che qui e ora  io sono, noi siamo.

Fiducia è atto vitale di buona energia, che ci accompagna oltre le chiusure e le rigidità (del nostro ego), oltre le varie forme di sfiducia che ci chiudono, ci rinserrano, tagliando fuori tutto il fuori della sfiducia, un fuori che si stende, infinito di possibilità e, insieme,  di verità. Il nostro agire di fiducia, il nostro fare fiducia è una provocazione quotidianaalla sofferenza e alla  sfiducia, nostre e degli altri.

Lunedì, 17 Novembre 2014 00:00

Camminare sul  Sentiero.  Aspetti del sangha femminile di tradizione tibetana[1]

 di Carla Gianotti

Relazione presentata nell’ambito del Convegno IL BUDDHISMO IN PIEMONTE: ESPERIENZE E TESTIMONIANZE

Giaveno (To), 4 ottobre 2014

  

Il sangha buddhista e l’assemblea quadripartita

 Desidero innanzitutto fare una precisazione in merito al termine sangha, un termine che può assumere significati un poco differenti a seconda del contesto buddhista in cui viene impiegato.    

Sangha è voce della lingua pali e della lingua sanscrita, grammaticalmente maschile (e dunque il sangha  e non la sangha), il quale indica nel buddhismo antico la comunità dei devoti e delle devote, uno dei Tre Gioielli assieme al Buddha (il Maestro) e al Dharma (la Dottrina o l’Insegnamento). Successivamente, tale  termine verrà ad assumere anche altre valenze particolari: così nel buddhismo Vajrayana tibetano, nella recita della formula della Presa di Rifugio (tib. skyabs ‘sgro) nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha, la voce sangha vale a designare l'assemblea divina dei Buddha e dei Bodhisattva.

Mercoledì, 12 Marzo 2014 00:00

A 55 anni dalla insurrezione di Lhasa, una riflessione sul tragico evento delle continue auto-immolazioni dei tibetani dentro il Tibet.

Per ascoltare l'intervento, clicca qui:

http://www.radioradicale.it/scheda/405440/il-fuoco-dimenticato-le-autoimmolazioni-in-tibet

Mercoledì, 12 Febbraio 2014 16:47

La luce contro l’oscurità: Torino studia il Tibet di Fabiola Palmeri

Nel libro di Carla Gianotti si raccontano le idee e le pratiche delle monache buddhiste. E la studiosa spiega il senso delle auto immolazioni che continuano come protesta per difendere un’antica cultura Vigilia di Natale: verrebbe naturale parlare del bambinello che sta per essere ricordato e del senso di rinascita spirituale che questa festività evoca. Tuttavia questi giorni ci danno l’occasione per riflettere anche su altre sensibilità spirituali, su fenomeni di cui si parla solo a momenti e sul ruolo delle donne nella religiosità contemporanea . “Sino ad oggi le auto-immolazioni nel fuoco di tibetani (monaci e monache, laici e laiche) iniziate nel 1998 a Delhi in India e continuate tragicamente nella Regione Autonoma Tibetana, nelle regioni tibetane del Kham e Amdo e in Nepal, sono state 130. L’'ultima è quella di Kunchok Rseten, 30 anni, sposato e padre di 2 figli, del 3 dicembre scorso” ci informa Carla Gianotti, torinese tibetologa, saggista e studiosa di buddhismo indo-tibetano. Proprio a dicembre è stata a Torino Dolma Gyari, ministra del governo tibetano in esilio, invitata dall’Associazione per il Tibet ed i diritti umani, che ha parlato della tragedia delle autoimmolazioni e di quanto sia importante “Mantenere viva l’attenzione su questo fenomeno sottolineando che questi gesti di “sacrificio” si compiono per una causa collettiva di protesta” chiarisce Carla Gianotti. “Io sto dando il mio corpo come offerta di luce (una delle offerte tradizionali al Buddha) per cacciare l'oscurità, per liberare tutti gli esseri dalla sofferenza”: sono queste le ultime parole del Lama Sobba, poco prima che si immolasse nel gennaio del 2012. L’obiettivo per cui lottano i tibetani è la sopravvivenza delle tradizioni e della libertà di portarle avanti del popolo e del Tibet stesso, minacciate quotidianamente e ormai da molti anni dal governo cinese. E le donne? Cosa ci dice Carla Gianotti sul ruolo del femminile in tale contesto? “Nel mio libro ‘Donne d’illuminazione’ (Ubaldini Editore) parlo di un itinerario possibile nel buddhismo dove le donne hanno molto spazio: una donna può diventare Buddha, nonostante esistano ancora delle discriminazioni, e ci sono maestre di Dharma molto importanti che si occupano di dare vita a monasteri, di migliorare l’educazione e seguono un percorso spirituale che si pone come egualitario e universale”. E come potremmo vivere il Natale in un senso che comprenda anche la tradizione del buddhismo tibetano? “Con il realizzare che in questa ricorrenza i semi della gioia del cuore rinascano. Nascita, trasformazione, inizio. Rinnovo degli auspici di benevolenza per ricordarsi continuamente della presenza di amore e compassione nei nostri cuori”

La Repubblica, Turin Pink, 24-12-2014

Mercoledì, 12 Febbraio 2014 16:42

Donne illuminate

Trasmissione Millevoci, Radio Svizzera Uno. Conduttrice: Mariella Salati

Clicca per ascoltare l'intervista