La Vita di Milarepa

Nuova edizione italiana della agiografia di Milarepa, il Capolavoro della letteratura tibetana del XV secolo.

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VITA DI MILAREPA di Tsang nyön Heruka a cura di Carla Gianotti
pp. 388, Carocci, Le Frecce, Roma 2025.

Prefazione alla nuova edizione

A ogni latitudine, la ricerca spirituale degli esseri umani necessita di figure di orientamento – di andare a Oriente in senso prima di tutto simbolico – per venire a trovare quei luoghi interiori dall’identità più ampia, visioni eccedenti di bene e di vero, rispetto a quelli con cui solitamente ci identifichiamo nella vita ordinaria.

All’interno del buddhismo tibetano la Vita di Milarepa compilata da Tsang nyön Heruka alla fine del XV sec. è ormai considerata, da più di cinquecento anni a questa parte, opera straordinaria ‘di pianto e di riso’, capace di generare ispirazione per camminare sul Sentiero e di guidare là dove il bisogno irrinunciabile è quello di una felicità stabile e duratura per se stessi e tutti gli esseri dei sei stati di esistenza. La storia dello yogin Milarepa, lo yogin per antonomasia del Paese delle Nevi, il mistico che da sempre parla un linguaggio oltre i codici normativi del monastero, che sa scardinare e vanificare i giochi illusori del saṃsara, ci dice della possibilità tutta divina di diventare Buddha (o ‘risvegliato’ alla vera natura delle cose) in una sola vita e in un sol corpo. Ci dice cioè la storia tutta tibetana di un Buddha che non nacque in India, ma in Tibet – una storia di luce venuta in questo caso davvero da Oriente – che ha saputo camminare sino a noi per mostrarci, qui dove siamo, come distinguere la verità dell’ apparenza e la verità della realtà, entrambe.

E’ allora con particolare gioia che viene presentata nella Collana Le Frecce di Carocci Editore la nuova edizione de La Vita di Milarepa di Tsang nyön Heruka, un testo pubblicato quasi venticinque anni or sono a firma di chi scrive, e per due volte ristampato.1 Essa costituisce, allora come ora, la prima versione italiana completa condotta sull’originale tibetano, comprensiva cioè del lungo XII capitolo, che occupa poco meno di un quarto dell’intera biografia, e che risulta assente nelle attuali ritraduzioni in lingua italiana.2 Non sembra qui superfluo rilevare, in margine, come le diverse ritraduzioni italiane della Vita di Milarepa oggi in circolazione – ritraduzioni di versioni francesi o inglesi dei primi decenni del Novecento della stessa opera compilata dal nostro autore, Tsang nyön Heruka – continuino in modo molto fuorviante a essere introdotte al lettore non quali traduzioni di un testo, quello di Heruka, della fine del XV sec, bensì quale opere del XII sec., assumendo la finzione propriamente letteraria della cornice dell’opera sapientemente costruita dall’autore – ovvero Milarepa che narra la storia della sua vita al discepolo del cuore Rechungpa – quale verità storica, millantando in tal modo una patente di antichità tutta mendace dell’opera stessa. L’errata collocazione cronologica dell’opera assunta da J. Bacot e da W. Y. Evans-Wentz – indotta dalle limitate conoscenze del buddhismo del Vajrayāna del periodo in cui i due grandi studiosi operarono e ormai rettificata da circa cinquant’anni a questa parte con il riconoscimento della figura storica di Tsang nyön Heruka – non è dunque più possibile venga oggi ignorata.

Questa nuova edizione della Vita di Milarepa presenta, rispetto alla precedente, un notevole ampliamento dell’apparato critico della Introduzione, alla luce dei più recenti studi tibetologici relativi alla vasta tradizione letteraria incentrata su Milarepa. Un’attenzione particolare è stata altresì dedicata alla figura di Tsang nyön Heruka, l’autore del nostro testo, il Folle visionario profondamente devoto a Milarepa, colui il quale seppe adoperarsi con ogni mezzo alla diffusione della biografia a tutti i livelli della società tibetana del tempo.

La traduzione del testo tibetano (condotta ancora una volta sull’edizione critica pubblicata da J.W. De Jong nel 1959), è stata completamente riveduta alla luce sia dei più recenti dizionari tibetano-inglese in formato elettronico oggi disponibili, sia delle conoscenze testuali sempre più precise e analitiche relative al buddhismo tibetano e in particolare alla tradizione della scuola Kagyu, cui appartengono Milarepa e il suo Maestro Lama Marpa.

Il volume si presenta corredato da tre Appendici relative al testo tibetano tradotto, alla datazione di Milarepa e alla tradizione biografica di Milarepa precedente Tsang nyön Heruka, che ci si auspica possano rappresentare agili strumenti per un primo approccio di studio a temi complessi relativi alla figura di Milarepa, ancora poco indagati se non a livello specialistico.

Allo stesso modo, per favorire la lettura del testo da parte di un largo pubblico, si è optato per l’indicazione dei termini tibetani secondo la trascrizione fonetica, con l’acclusione di una Tabella al termine del volume, dove sono elencate le corrispondenze tra fonetica e traslitterazione secondo il sistema Wylie, nonché tra termini sanscriti e tibetani di frequente iterati).

Da ultimo, il mio augurio è che la presente edizione della Vita di Milarepa di Tsang nyön Heruka possa, ancora una volta come già per la precedenti edizione, incontrare favore di pubblico e avvicinare in tal modo i lettori alle meraviglie del buddhismo tibetano, miniera infinita di tesori spirituali senza tempo.

1 Si veda Appendice I.
2 Ibidem.

Recensioni

LA LETTURA – IL CORRIERE DELLA SERA
01 Giugno 2025

È RINATO MILAREPA NOSTRO SANTO PECCATORE.
Il mistico buddhista tibetano ispirò letture e riletture, come quella del film di Liliana Cavani. Ecco la prima traduzione integrale della sua « Vita».

di Sergio Basso

Arriva la nuova edizione, radicalmente riveduta, dell’unica traduzione italiana completa – nonché condotta direttamente dall’originale tibetano – di un testo fondamentale per la spiritualità, la Vita di Milarepa redatta da Tsang nyön Heruka. Questa gemma dell’editoria la si deve alla cura certosina di Carla Gianotti: con il suo robusto apparato di note e appendici, raggiunge un felice connubio di alta divulgazione e precisione scientifica. Il drammatico arco narrativo di Milarepa ha irresistibilmente sedotto alla vita ascetica generazioni di tibetani, per poi conquistare anche i cuori di molti giovani occidentali.
Perché quella di Milarepa è la storia di una redenzione, di una seconda possibilità. E dio solo sa quanta sete abbiamo di seconde possibilità.

Tutto ha inizio a metà dell’XI secolo: un bambino rimane orfano del padre ad appena sette anni. La madre deve subire i soprusi dei cognati, che le sottraggono tutti i beni: madre e figlio finiscono così per fare i servi. La donna ne sviluppa un tale odio che manda il figlioletto a studiare magia nera e poterla vendicare.
L’adolescente Mila è un ottimo studente, e con le sue arti fa crollare la casa dello zio durante una festa di matrimonio, uccidendo una trentina di persone. Solo allora capisce l’orrore dell’odio, entra in crisi spirituale e cerca un maestro che possa incanalare il suo potere verso il bene. Finisce cosi a studiare con il lama Marpa: non un santo assorto nelle sue meditazioni, ma un agricoltore che suda sul suo campo, esagera con l’alcol e facile all’ira. Marpa per ben sei anni lo tratta come una pezza da piedi. Lo fa accampare nei suoi terreni ma non gli impartisce alcun insegnamento, anzi gli ordina di costruire una torre di nove piani, e ogni volta che Mila finisce il lavoro, gliela fa buttare giù e ricostruire. Geniale contrappasso per chi — consumato dall’odio — aveva distrutto una casa e i suoi abitanti.

Milarepa dovrà costruire in successione quattro torri: rotonda a est, a mezzaluna a occidente, una triangolare a nord e infine una quadrata a sud. Il lettore fiuta subito il carattere simbolico di queste torri: in gioco c’è la ricostruzione di un mondo. Infatti, secondo la geografia cosmologica buddhista, la Terra è costituita da quattro grandi continenti di forma guarda caso quadrata, a mezzaluna, rotonda e triangolare. Alla fine Marpa, colpito dall’abnegazione di Mila, inizia a insegnargli la via della meditazione per un anno tra le grotte in alta montagna, e gli rivela il potere del fuoco interiore, che consente di non usare vesti di lana: da quel giorno gli fu dato il soprannome di re-pa («vestito di tela»).

Ed ecco composto il nome con cui entra nella storia: Milarepa.
Eremita recluso tra le montagne, ha un’esperienza mistica, un’intuizione immediata e profonda: visualizza quelle che il folklore ha sempre ritenuto esseri mostruosi dei boschi, le Dakini, che si nutrono di carne umana, come creature che con il loro canto inneggiano alla meditazione. Insomma anche aspetti ritenuti terrifici, orrendi, sono forme di Buddha. E raggiunge l’illuminazione.
Molta gente iniziò a cercarlo per ascoltare i sublimi canti per mezzo dei quali esprimeva la sua realizzazione: perché Milarepa invece che predicare, prestava ascolto alla natura attorno a sé e cantava.
Come non amarlo?
Morì a 84 anni nel quattordicesimo giorno dell’ultimo dei tre mesi invernali dell’anno della Lepre di Bosco, all’alba.
Era il 1135 d.C.

Molti i meriti dell’edizione di Gianotti: in primo luogo, l’aver rimesso l’autore al centro, oltre al protagonista. A mettere per iscritto la vita di Milarepa nel 1488 fu Heruka, detto «Tsang nyön», e cioè il «folle» dello Tsang, la regione occidentale del Tibet.
Perché folle? Nel corso del XV secolo si andò sviluppando in Tibet il fenomeno dei nyönpa («folli»), anticonformisti, ispirati pazzi di Dio, ma soprattutto oppositori della figura del monaco studioso così diffuso nelle grandi università monastiche tibetane. Insomma Heruka plasma e cambia i contorni di Milarepa secondo i suoi bisogni. Non fu il primo a occuparsi di Milarepa, ma apporto una serie di innovazioni folgoranti. Una su tutte, impiegò la prima persona singolare, spacciò cioè una biografia per un’autobiografia; e la morsa del racconto si fece coinvolgente, ineludibile. Con una grande attenzione per le figure femminili, come la pietosa moglie del severissimo maestro.
Poi Heruka rappresento Milarepa non come nato-già-Buddha, che era la rappresentazione consueta, ma come un essere che aveva sbagliato, e molto, ma che ce la mise tutta per riscattarsi. «Perseveranza» in tibetano suona nying ru, e cioè l’«osso del cuore». Di osso nel cuore Milarepa ne ebbe parecchio, e grazie a quest’innovazione diventa più simpatico a qualunque lettore: è una persona che ha sbagliato, come tutti noi.

Più di ottocento anni dopo, il fascino di Milarepa e delle sue ordalie sedusse anche il cinema: nel 1974, Liliana Cavani ne trasse un film, con Paolo Bonacelli e Marisa Fabbri, che andò anche in concorso a Cannes. La regista di Carpi aveva capito l’importanza dei livelli temporali nella struttura di Heruka, complice la sceneggiatura di Italo Moscati. Come Heruka manipolò lo spazio, girando in Abruzzo per rappresentare il Tibet, seguendo un consiglio di Fosco Maraini; e manipolò il tempo, iniziando dagli anni Settanta: uno studente accompagna il proprio relatore di tesi e la moglie in un viaggio.
Vengono coinvolti in un incidente d’auto, che proietta lo studente nel Tibet del XII secolo: lui fu Milarepa, e lo shock di quasi-morte gli ha fatto ricordare la vita precedente.

Il film colpisce ancora oggi, con quell’incanto leggero di inquadrature ieratiche ma visivamente poderose, dove a essere magici non sono gli effetti speciali ma i movimenti della macchina da presa e gli attori. Un altro cinema. Peccato, era bello. Non possiamo che aspettare che la Gianotti voglia tradurre anche I centomila canti, la seconda ala del dittico che Heruka il folle dedicò a Milarepa e in cui raccolse le sue poesie. Per imparare da lui a saper ascoltare il mondo attorno a noi, anche quando è buio.

IL SOLE 24 ORE – DOMENICA
29 Giugno 2025

MILAREPA E IL NESSO FRA OBBEDIENZA E RICOMPENSA
Buddhismo Tibetano

di Giuliano Boccali

A quasi venticinque anni di distanza dalla prima (Utet, 2001), Carocci pubblica una nuova edizione della Vita di Milarepa che la curatrice, Carla Gianotti, straordinariamente arricchisce negli apparati critici e nell’introduzione. Con quasi 60 pagine ben scandite e di scrittura gradevole, unitamente alle appendici vengono offerti elementi preziosi, aggiornatissimi culturalmente, sia per collocare l’opera dai punti di vista letterario, storico e religioso, sia per evocarne il molteplice tesoro di valenze spirituali.
Innanzi tutto, le edizioni precedenti in italiano della Vita sono state rese dalle versioni francese e inglese, a differenza di quella di Gianotti che è tradotta dall’originale tibetano ed è pure l’unica completa; quanto all’autore, Tsang nyön Heruka (1450-1507), “Heruka il Folle di Tsang”, certo è stato “folle” e visionario nella vita spirituale, ma capace di strategie letterarie raffinate, come la cornice che inquadra la biografia e l’uso della prima persona: si figura infatti che Milarepa narri la propria vita al discepolo prediletto Rechungpa.
Il comportamento controcorrente caratterizza anche il protagonista, come Gianotti mostra in diversi innovativi punti di rilievo della sua introduzione. Quanto ai fatti, la biografia di Milarepa (1040-1123), appare piuttosto scarna. Nato nel Tibet sud-occidentale in una famiglia buddhista ricca e influente, alla morte precoce del padre conosce la miseria e la servitù per la malvagità dei parenti che depredano i superstiti delle tenute e dei beni. La madre pretende vendetta e istiga Milarepa all’acquisto dei poteri magici; l’opera riesce fin troppo bene: la dimora dello zio responsabile della rovina crollerà durante la festa nuziale del suo primogenito seppellendo cinque parenti, mentre la grandine devasterà le terre dei valligiani colpevoli di non avere difeso i diritti della famiglia di Milarepa.
Il rimorso non tarda però a farsi sentire: perseguitato dall’orrore per l’atrocità commessa, Milarepa cerca un maestro al quale affidarsi e lo ravvisa nel lama Marpa, storicamente notissimo come “il Traduttore” (1012-1096). Inizia qui la sua attesa dell’ammaestramento che Marpa, beffardo e apparentemente infido, continuamente rinvia subordinandone la concessione al superamento di prove ulteriori che risultano sempre insufficienti per quanto ai margini di ogni resistenza fisica e psicologica. Perfino la costruzione e l’immediato comando della distruzione di quattro torri (esemplare sul piano simbolico del processo iniziatico) non sembra meritare al nuovo discepolo il sospirato insegnamento, profuso invece a tutti gli altri. Solo quando Milarepa, stremato, disperato ma pur sempre devotissimo al maestro, è sul punto di rinunciare e di uccidersi, Marpa gli accorda le agognate istruzioni. Traluce qui uno dei significati più profondi e attuali della biografia: l’implacabile opera educativa di Marpa attacca frontalmente il nesso obbedienza-ricompensa, cioè più in generale causa-effetto, negando al discepolo il premio dell’ammaestramento che pure gli viene ogni volta pro-messo. Spezza in questo modo il principio di causalità che, se utilissimo nella vita pratica, rappresenta in quella affettiva e soprattutto spirituale un’autentica prigione e prelude così alla libertà sconfinata di Milarepa.
Dopo un periodo di ricerca accanto a Marpa, ispirato da uno dei sogni che costellano i momenti alti della Vita, questi lascia l’eremo del maestro per tornare alla sua valle. Qui, la rovina della casa di un tempo lo colpisce come l’immagine della fatale impermanenza della manifestazione: decide allora di isolarsi fra le montagne per attingere il “risveglio”, l’illuminazione, e riversarne poi l’esperienza nel suo insegnamento liberatore.
Fra i diversi aspetti significativi della storia, risalta innanzi tutto la perseveranza di Milarepa, chiamata in tibetano con la bellissima metafora di “osso del cuore”: sia nel resistere alle prove quasi inumane che gli impone l’inflessibile Marpa, sia nei circa quarant’anni trascorsi poi in solitudine fra impervie montagne, cibandosi solo di ortiche, per meditare fino a conquistarsi lo stato di Buddha (“Risvegliato”) in una sola vita.
L’aspetto più sorprendente di questa perseveranza – e illuminante rispetto alle nostre idee al riguardo spesso, credo, piuttosto faticose se non deprimenti – è che questa attitudine è modellata dalla gioia del compito prefissato. Nell’itinerario spirituale buddhista, infatti, la perseveranza è concepita e vissuta come impregnata dall’entusiasmo! Analogamente la “rinuncia” alle condizioni e prassi mondane necessaria per estinguere il ciclo doloroso e insensato delle rinascite e rimorti è espressa con un vocabolo tibetano che non punta sul distacco, sull'”astenersi da…”, ma su un’attitudine di segno del tutto positivo, su un’aspirazione serena e perfino “entusiastica” che favorisce l’avanzamento nella pratica e lo sigilla.
Un altro fra i molti temi della biografia sottolineati da Gianotti è quello delle due presenze femminili fondamentali nella vita di Milarepa. Anche qui, con tacita ma studiata strategia narrativa, Heruka contrappone alla madre ossessionata dalla sete di vendetta, e quindi fautrice spietata della perdizione del figlio, la figura di Dakmema, la sposa devota di Marpa, che non abbandona mai Milarepa nutrendolo, curandolo dalle ferite, confortandolo, come madre spirituale che, anche rischiando personalmente, lo sostiene con dolcezza amorevole nel suo arduo itinerario interiore.

L’ INDICE
02 Ottobre 2025

MILAREPA E IL NESSO FRA OBBEDIENZA E RICOMPENSA
Buddhismo Tibetano

di Giuliano Boccali

Vita di Milarepa di Tsang nyön Heruka, a cura di Carla Gianotti, rappresenta senza dubbio uno dei testi più celebri, per fortuna e rilevanza, della letteratura buddhista tibetana. Vi si narra la storia avvincente ed esemplare di Milarepa (c. 1040-1123), lo yogin di certo più influente e venerato del Paese delle nevi.

Dopo un breve periodo di agiatezza, l’infanzia di Milarepa, letteralmente “Mila Vestito di Tela” (mi la ras pa), viene stravolta dalla morte del padre e dall’appropriazione dei beni di famiglia da parte dei parenti. Animato dalla vendetta, Milarepa impara la magia nera e l’arte di colpire chi voglia con la grandine. I frutti di tali oscuri poteri non potranno che essere decine di morti e distruzione dei raccolti. Tormentato dal rimorso, il giovane arde dal desiderio di aprirsi a un’altra vita, a un insegnamento, dharma, che lo liberi da quell’errare (khor ba, traduzione tibetana del più noto samsara, in sanscrito). Sarà Lama Marpa, “Il Traduttore”, a introdurlo a quel dharma, non senza averlo prima sottoposto a prove fisiche e mentali durissime. Dopo un apprendistato durato anni e una profonda comprensione della legge dell’impermanenza e della vacuità di tutte le cose, Mila Vestito di Tela si dedicherà incessantemente alla pratica e all’insegnamento del dharma buddhista, raggiungendo le vette della perfezione spirituale e divenendo buddha “in una sola vita e in un solo corpo”, secondo la dichiarazione d’intenti propria del buddhismo tantrico tibetano. Morirà a ottantaquattro anni, circondato dai suoi discepoli, tra prodigi straordinari.

Vita di Milarepa appartiene al genere letterario tibetano dei rnam thar, i resoconti di “completa liberazione” o Vite, per l’appunto. La tradizione vuole che i rnam thar si articolino in una biografia esterna, una interna e una segreta, dedicate rispettivamente alla cronaca degli eventi, alle diverse iniziazioni e pratiche intraprese e, infine, ai frutti e alle realizzazioni di quelle esperienze. Non stupisce dunque come questi testi alle vicende accostino episodi esemplari e articolati simbolismi, volti prima di tutto a ispirare e insegnare. Vita di Milarepa non fa eccezione. Nelle intenzioni del suo autore, Tsang nyön Heruka (1452-1507), il “Folle di Tsang”, la Vita è più di una biografia: è un testo di esposizione e divulgazione del dharma a pieno titolo.

Compilata nel 1488, insieme ai Centomila canti, la Vita scritta da Heruka adotta la prima persona singolare, trasformandosi, nella finzione letteraria della voce narrante, in una sorta di autobiografia più diretta e sentita.

Gli smyon pa, i folli, conducevano una vita errante e solitaria, spesso adottando comportamenti antinomici e non convenzionali al fine di scardinare gli ostacoli del conformismo e della mente dualistica. Cresciuto a questa scuola, Heruka si rifiuta di considerare Milarepa come buddha risvegliato sin dall’inizio. Sceglie invece di osservare la sua piena umanità e il suo impegno a partire da una condizione del tutto ordinaria. L’eccezionalità di Milarepa, agli occhi di Heruka, consiste in due attitudini prima di tutto etiche, più che astrattamente spirituali: perseveranza e distacco. È infatti una solida perseveranza (snying rus), alla lettera “osso del cuore”, ciò che gli ha permesso di raggiungere il pieno risveglio. In egual modo, Milarepa è lo yogin capace di trascendere anche i bisogni più semplici. Mila Vestito di Tela vive di sole ortiche, al punto da tingere di verde l’incarnato, sigillo visibile della sua ascesi, e vaga ramingo coperto di sola tela a fronte dei rigori himalayani, quale simbolo tanto di frugalità quanto di maestria nel tummo, o calore interiore. La povertà materiale di Milarepa è per Heruka segno di perfezione spirituale ed espediente polemico contro la ricchezza delle istituzioni monastiche. La sua vita è la dimostrazione della possibilità del superamento degli inciampi mondani, sempre relativi e sempre articolati in coppie di opposti: guadagno e perdita, piacere e dolore, lode e biasimo, fama e insignificanza.

La narrazione di Heruka è intrisa di simbolismo. I personaggi della vicenda sono spesso assimilati a divinità e potenze, in un complesso diagramma di rimandi e doppi piani. Sogni e visioni simboliche fungono da espedienti narrativi che imprimono svolte e rivelano l’eccezionalità del protagonista. Non solo asceta, Milarepa è anche poeta ispirato. Slancio spirituale, spontaneità espressiva e abilità nella parola sono i tre fuochi indicati in un crescendo dallo stesso nei Centomila canti: “Sono felice per il tesoro dei miei canti spontanei, molto felice del suono melodioso delle loro parole, ancor più felice quando trasformo i suoni in un’offerta rituale” (Einaudi, 2002).

La Vita è parte di un’opera più vasta e ne costituisce i primi dieci capitoli, la prima sezione dell’undicesimo e l’intero dodicesimo. È importante segnalare come la traduzione di Carla Gianotti (UTET, 2001) abbia offerto la prima versione italiana completa condotta sull’originale tibetano e non su traduzioni già disponibili, come le versioni francese e inglese di Jacques Bacot (1925) e Walter Y. Evans-Wentz (1928). Per la prima volta è stato inoltre reso accessibile in italiano l’ampio capitolo dodicesimo, assente nelle ritraduzioni se non nel sunto della versione di Bacot, a dispetto del fatto che questo occupi quasi un quarto dell’intera biografia. A distanza di venticinque anni, la nuova edizione per i tipi di Carocci vede quella prima traduzione completamente riveduta alla luce dei più recenti dizionari tibetano-inglese e delle conoscenze testuali aggiornate sulla scuola Kagyu, a cui appartengono sia Milarepa sia il suo maestro, Marpa. Il volume è corredato da un’ampia Introduzione, quattro Appendici e un Glossario.

BUDDHISMO magazine – Rivista dell’Unione Buddhista italiana
N.2-2025

VITA DI MILAREPA Tsang nyön Heruka – (Carla Gianotti)
Carocci editore-Frecce

A cura della Redazione di Buddhismo Magazine.

La nuova edizione del capolavoro della letteratura tibetana, arricchita da una introduzione della curatrice, è l’unica tradotta integralmente dal tibetano, ed è corredata da note critiche ed esplicative.
Ancora oggi la vita di Milarepa è fonte di ispirazione per tanti praticanti buddhisti, e non solo per quelli della Tradizione Kagyu, per la perseveranza entusiastica – brtson ‘ Grus in tibetano, vīryam in sanscrito – con cui lo yogin del Paese delle Nevi percorre il sentiero spirituale. Ma anche per un’altra peculiarità che contraddistingue la figura del mistico per antonomasia del Buddhismo tibetano, ovvero la ‘nudità’ come totale assenza di beni che ‘esalta la valenza sacrale dell’esistenza’: perché ‘se la verità è sempre nuda, la veste esistenziale dello yogin non può che essere la sua nudità’, ovvero ‘il suo essere andato al di là di bisogni umani di segno ordinario’.

La sua vita, nel racconto che ne fa l’autore Tsang nyön Heruka, fa di lui un Maestro eccezionale, cui tendere l’orecchio per ascoltare la voce che ancora oggi risuona con tutta la potenza della parola di un Buddha: “L’insegnamento sull’impermanenza dei fenomeni: quale meraviglia!
Generando compassione, scompare la distinzione tra sé e gli altri, scomparendo la distinzione tra sé e gli altri, si realizza lo scopo degli esseri.
Il mezzo per liberarsi dal samsāra esiste.
Ve lo assicuro io che sono vecchio.
Fate anche voi come me, andate a praticare.”

– Per chi ama la figura del mistico tibetano, è un testo imperdibile.

MEDIEVALEGGIANDO – La nuova frontiera della divulgazione storica
20 Settembre 2025

VITA DI MILAREPA DI TSANG NYÖN HERUKA, A CURA DI CARLA GIANOTTI
Carocci editore-Frecce

Giulia Panzanelli – Redazione di Medievaleggiando

confini cronologici del Medioevo li conosciamo così come quelli geografici, perché il Medioevo è per noi occidentali quel periodo storico che va dalla cosiddetta caduta dell’Impero Romano alla scoperta dell’America. E nel resto del mondo? Si usano altre definizioni ma questo non ci deve fermare nell’esplorare la storia di altri continenti.

In Italia, d’altra parte, è difficile trovare testi che parlano di “Medioevo” cinese, coreano, giapponese, ecc. o addirittura traduzioni delle opere letterarie più importanti per queste culture.

Fortunatamente Carocci editore ha deciso di pubblicare un libro “controcorrente”: Vita di Milarepa di Tsang nyön Heruka e a cura di Carla Gianotti (2025), un testo fondamentale della cultura tibetana.

Si tratta di una traduzione dell’opera di Tsang corredata da un’ampia ed esaustiva introduzione che è assolutamente d’obbligo dato che è assai probabile che il lettore sia a digiuno di storia tibetana e Carla Gianotti è la persona adatta al ruolo. La curatrice ha una laurea in Lettere Classiche, indirizzo Discipline Orientali conseguita presso l’Università degli Studi di Torino, successivamente si è specializzata in Lingua e Letteratura tibetana presso l’IsIAO di Roma e in Filosofia buddhista, Logica buddhista, Lingua tibetana classica e Lingua tibetana colloquiale presso il Karmapa International Buddhist Institute di New Delhi, India. Alle sue attività di ricerca e insegnamento affianca la scrittura con numerose pubblicazioni in vari ambiti relativi agli studi tibetologici, inoltre aveva già tradotto Vita di Milarepa di Tsang nyön Heruka, questa edizione di Carocci è riveduta e ampliata nelle spiegazioni.

Ma veniamo al libro oggetto di questa recensione. Si tratta, appunto, della prima traduzione italiana completa, a partire dall’originale, di uno dei testi fondamentali della cultura tibetana scritto sul finire del XV secolo. Milarepa (1040-1123) è il più famoso yogin (alla fine del libro trovate un pratico dizionario con le definizioni dei termini più importanti) e una delle figure chiave del buddhismo tibetano, colui che è divenuto Buddha in una sola vita e in un solo corpo.

Da un punto di vista letterario questa biografia appartiene a un genere specifico della letteratura tibetana: il namthar, si tratta di biografie di persone storicamente esistite che hanno lo scopo di descrivere più che la vita in sé il loro percorso di maturazione spirituale, l’attività religiosa, gli stadi di realizzazione, ecc. Questo genere letterario nasce all’interno di un categoria specifica della letteratura storica tibetana, le “storie della Dottrina” ed entrambe queste tipologie letterarie costituiscono per gli storici una fonte importante per vie di date, eventi, nomi ecc. che riportano.

In una recensione non posso spiegarvi la complessa figura di Milarepa ma posso riportarvi un interessante pensiero della curatrice che fa un parallelismo tra lui e San Francesco, figura sicuramente più familiare a noi. La loro esperienza religiosa si può considerare sui generis paragonata al contesto in cui hanno vissuto, tutti e due provano un profondo amore e rispetto per tutti gli esseri viventi e la natura in generale, la musica e il canto sono fondamentali per il loro vissuto. Ma l’elemento che li accomuna maggiormente è:« il loro essere immuni da qualsivoglia ipocrisia o compromesso con le leggi del mondo e con le potenti strutture religiose del tempo».

A molti di noi forse non dirà molto il nome il personaggio di Milarepa, magari i più eruditi avranno familiarizzato con lui attraverso l’omonimo film di Liliana Cavani (1974) ma proprio per questo v’invito ad ampliare le vostre vedute e a travalicare i confini geografici del “Medioevo” per poter assaporare un’altra cultura, forse non è troppo distante da noi e che ha molto da insegnarci.

Il testo è ben scritto e accessibile a tutti, quindi perché non leggerlo?

recensione disponibile sul sito di medievaleggiando.it

LIBERI DI SCRIVERE – Recensioni e Interviste
14 novembre 2025

VITA DI MILAREPA DI TSANG NYÖN HERUKA, A CURA DI CARLA GIANOTTI
Carocci Editore 2025

a cura di Valentina Demelas

L’edizione di Vita di Milarepa di Tsang nyön Heruka curata da Carla Gianotti per Carocci editore, è un’opera che segna una svolta nel panorama editoriale italiano. Per la prima volta viene proposta una traduzione integrale, condotta direttamente dal tibetano, di uno dei testi più importanti della spiritualità buddhista: la straordinaria biografia del grande yogi tibetano, figura leggendaria vissuta tra il XI e il XII secolo, celebrato per aver raggiunto l’illuminazione in un’unica vita.

Siamo davanti a un namthar, genere letterario tipico della tradizione tibetana che fonde narrazione biografica e insegnamento spirituale. La storia di Milarepa è un viaggio di caduta e riscatto: da giovane pastore colpito da ingiustizie familiari, si abbandona alla vendetta e impara le arti magiche oscure, provocando morte e dolore. Ma il rimorso lo spinge a cercare la redenzione sotto la guida severa del maestro Marpa, attraverso prove durissime che lo conducono a una radicale trasformazione interiore. Ritiratosi tra i ghiacci dell’Himalaya, Milarepa vive in meditazione e solitudine, componendo canti spirituali di folgorante potenza poetica. È la storia di un uomo che, nel trasformare il proprio veleno in medicina, ci ricorda che la salvezza non è mai fuori portata.

La potenza di questa narrazione non è solo storica o religiosa, ma anche letteraria. Tsang nyön Heruka, autore del XV secolo, costruisce un racconto avvincente, ricco di dialoghi e visioni, ma soprattutto pieno di umanità. Milarepa non è un santo inaccessibile: è fragile, determinato, poetico. Parla un linguaggio schietto, libero dai formalismi monastici, che ancora oggi sa toccare corde profonde. Il suo esempio, più che teorico, è esistenziale: una spiritualità vissuta, incarnata, che passa attraverso il dolore e la solitudine per approdare alla compassione.

La traduzione integrale in lingua italiana direttamente dal tibetano curata da Carla Gianotti, rappresenta il vero valore aggiunto di questa edizione. Esperta di lingua e cultura tibetana, la prolifica autrice ha già firmato in passato una prima traduzione del testo, ma qui ci restituisce un lavoro interamente rinnovato: più ampio, filologicamente accurato e arricchito da un apparato critico di rara chiarezza. L’introduzione, le note e il glossario rendono accessibile anche ai non specialisti un testo altrimenti difficile, fornendo al lettore strumenti preziosi per orientarsi nel pensiero buddhista. E se alcuni passaggi – soprattutto quelli più densi di dottrina o simbolismo – possono inizialmente spaesare, le spiegazioni puntuali e l’architettura limpida dell’edizione permettono di superare agilmente ogni ostacolo.

Particolarmente stimolante è l’accostamento tra Milarepa e figure della spiritualità occidentale come San Francesco d’Assisi, proposto dalla stessa Gianotti: entrambi vissuti ai margini delle istituzioni religiose, accomunati da un linguaggio poetico, da una radicale libertà spirituale e da un amore assoluto per ogni essere vivente. In un’epoca come la nostra, così affamata di autenticità, questa voce antica arriva a ricordarci che la vera trasformazione nasce dal coraggio di guardarsi dentro, di spezzare le catene dell’ego e ascoltare il battito profondo del reale.

Raro è trovare in Italia un editore disposto a investire in un testo tibetano classico con tanta attenzione. L’operazione di Carocci è coraggiosa e meritoria: il libro, già accolto con entusiasmo dalla stampa specializzata, rappresenta un ponte fra culture, tempi e visioni del mondo.

Vita di Milarepa non è solo la storia di un uomo straordinario, ma un invito a riflettere sulla possibilità – per ciascuno di noi – di cambiare rotta, trasformare il dolore in consapevolezza e trovare, nella pratica spirituale, una via di libertà. Una lettura che arricchisce e accompagna, per chi vuole andare oltre gli stereotipi sulla spiritualità orientale e confrontarsi con una saggezza millenaria, ancora pienamente viva.

Carla Gianotti insegna Buddhismo indo-tibetano e conduce da anni incontri di meditazione buddhista di consapevolezza e seminari sulle dimensioni simboliche femminile e materna. Oltre alla Vita di Milarepa, ha tradotto numerosi testi dall’originale tibetano. Tra le sue pubblicazioni: Cenerentola nel Paese delle Nevi. Fiaba tibetana (UTET, 2002), Milarepa, Il Grande Sigillo (Mimesis, 2004), In forma materna (Ibiskos, 2009), Donne di Illuminazione. Dakin e demonesse, Madri Divine e maestre di Dharma (Ubaldini, 2012), Il respiro della fiducia. Pratica di consapevolezza e visione materna (Mimesis, 2015), JO MO. Donne e realizzazione spirituale in Tibet (Ubaldini, 2020) e Custodire, concepire. Il tempo e l’eccedenza (delle cose) (Mimesis, 2021).

recensione disponibile sul sito liberidiscrivere.com